Durante i World Humanoid Robot Games di Pechino, alcuni robot umanoidi impegnati nella corsa sono caduti o hanno finito contro le barriere, incapaci di fermarsi correttamente.
Le immagini hanno fatto sorridere molti: “Possiamo stare tranquilli”, “Altro che sostituire gli esseri umani”.
I limiti sono reali. Per un robot, correre, mantenere l’equilibrio e frenare richiede sensori, calcoli e una coordinazione molto complessa.
Ma forse ci siamo concentrati sulla cosa sbagliata.
Il punto non è soltanto che un robot sia finito contro una barriera. Il punto è che, prima di finirci contro, stava correndo.
Il dato più interessante
Un anno prima, il miglior tempo sui 100 metri era stato di circa 21,5 secondi. Nell’edizione successiva, alcuni robot sono scesi sotto i 10 secondi. TianGong Ultra ha completato la gara in 8,64 secondi.
Il confronto con gli esseri umani va preso con cautela: robot e persone hanno caratteristiche fisiche molto diverse. Il dato importante è però il miglioramento in appena dodici mesi.
Passare da oltre venti secondi a meno di dieci non significa che i robot siano diventati perfetti. Significa che stanno avanzando rapidamente.
E anche i problemi cambiano. Prima la difficoltà era riuscire a correre senza cadere. Ora diventa fondamentale frenare, mantenere l’equilibrio e controllare il corpo ad alta velocità.
Guardiamo la traiettoria, non solo l’errore
Quando una tecnologia sbaglia, tendiamo a concentrarci sull’errore.
Un’IA dà una risposta assurda? Non è intelligente. Un robot cade? Siamo ancora lontani.
Ma una singola scena racconta solo una parte della storia. Se guardiamo il momento della caduta, vediamo un sistema fragile. Se guardiamo il percorso che lo ha portato a correre così velocemente, vediamo un sistema in rapido miglioramento.
La domanda non dovrebbe essere soltanto “cosa non riesce ancora a fare?”, ma anche “cosa non riusciva a fare un anno fa?”.
Non devono diventare uguali a noi
Un robot non deve saper fare tutto ciò che sappiamo fare noi per essere utile.
Per lavorare in una fabbrica, movimentare materiali o operare in ambienti pericolosi, potrebbe bastare che svolga bene un compito specifico, con sufficiente precisione e sicurezza.
La vera soglia non è la perfezione. È l’affidabilità.
Naturalmente, correre cento metri in un ambiente controllato non significa essere pronti a lavorare per otto ore in una fabbrica. Restano da risolvere problemi enormi: autonomia, robustezza, sicurezza, costi e capacità di reagire agli imprevisti.
Ma le gare servono proprio a misurare i progressi. E spesso i dati raccolti durante una caduta sono più importanti della caduta stessa.
La vera domanda
Forse dovremmo smettere di chiederci quando i robot diventeranno perfetti. Probabilmente non succederà mai.
La domanda più utile è: quando diventeranno abbastanza affidabili per un determinato compito?
Un anno fa il miglior tempo sui 100 metri era superiore ai venti secondi. Oggi alcuni robot sono scesi sotto i dieci.
Quindi sì, possiamo anche ridere quando un robot non riesce a fermarsi.
Ma mentre noi guardiamo la caduta, ricercatori e ingegneri guardano i dati, correggono gli errori e preparano la versione successiva.
La domanda interessante è un’altra: se questo è il miglioramento visto in un solo anno, cosa commenteremo tra altri dodici mesi?





